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  • Immagine del redattoreRik Grey

Il vero ruolo di Hachiko

Penso che tutti gli appassionati di Giappone conoscano la storia di Hachiko (1923-1935), il cane fedele che aspettò per anni il suo padrone, il professore Ueno Eizaburo, alla stazione di Shibuya. Ne hanno parlato i media, è stata eretta una statua in suo ricordo, sono stati scritti libri e film che ne hanno rafforzato l'immagine e hanno reso Hachiko un simbolo del Giappone.

Forse però solo pochi hanno realizzato che Hachiko ha giocato un ruolo importante nella cultura del fascismo giapponese. Definire il fenomeno di Hachiko come un episodio semplicemente sentimentale in una nazione in pieno fermento militare potrà anche essere vero per alcuni, ma nel contesto storico degli anni 30 la storia del fedele cane assume implicazioni molto più complesse.

Hachiko divenne famoso per volontà degli amanti delle razze giapponesi e della classe politica del tempo, che identificarono in Hachiko il tipico esemplare di quello che definivano "l'ideale canino della nazione e dell'impero": giapponese nel carattere, di sangue puro, fedele a un solo padrone e combattente senza paura.

Se ci si pensa bene, è una cosa che è sempre accaduta: in passato molti animali hanno contribuito a rafforzare il senso di comunità nazionale, di etnia e di tradizione. I più semplici esempi li possiamo ritrovare in simboli nazionali come l'aquila americana, l'orso russo, il leone inglese.

Nel periodo nazionalista e fascista, una sottile e intima connessione si instaurò con le razze canine. Nella cultura fascista, caratterizzata dall'idealizzazione e glorificazione della nazione, della razza, della fedeltà e della violenza, i cani giocarono un ruolo importante nel rafforzare questi ideali e divennero un sottile ma forte simbolo nel linguaggio fascista: tutte le attitudini umane sulla nazione e sull'identità razziale vennero proiettate sugli animali. L'ubiquità, la familiarità e la connessione emotiva tra uomini e cani li rese il veicolo ideale attraverso cui definire un'identità.


Hachiko in una foto che apparse nel romanzo Chuken Hachiko monogatari di Kishi Kazutoshi, 1934

La leggenda di Hachiko quindi fornisce un'utile cornice per dimostrare la relazione tra i cani e il fascismo. Hachiko fu l'attore protagonista nella riscoperta e valorizzazione dei cani nativi, a lungo considerati come selvaggi, disobbedienti e più simili a un lupo. Grazie agli sforzi congiunti di alcuni privati amanti delle razze giapponesi e del Ministero dell'Educazione, il cane nativo del periodo Meiji fu trasformato nella prima metà del Ventesimo secolo nel cane "giapponese", un'icona di purezza, fedeltà e coraggio, superiore sia ai cani occidentali che a quelli nativi delle nuove colonie giapponesi.

Grazie alla crescita imperiale del Giappone, razze giapponesi come l'Akita divennero a loro volta cani coloniali, riconosciuti sia in patria che all'estero. Nonostante la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale avesse bloccato temporaneamente la diffusione della razza Akita, in pochi decenni l'Akita, un grande e fiero cane da caccia simbolo della fedeltà giapponese, aveva completamente eclissato e sostituito il Chin come cane rappresentativo delle isole giapponesi e raggiunse il pantheon delle razze occidentali che dominano la cartografia canina moderna.

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